A cura di OPERA ITALICA (organizzazione nazionale culturale, politica, sociale e di volontariato).
C'è un'Italia che sta al sole delle terrazze e un'Italia che sta al sole dell'asfalto. C'è chi discute di massimi sistemi da un resort a cinque stelle e chi, a poche centinaia di metri da un palazzo vuoto da vent'anni, non sopravvive alla notte. È lo stesso Paese, sono le stesse strade, ed è uno scandalo che meriterebbe prime pagine tutti i giorni — e invece resta un rumore di fondo, qualcosa di cui ci si accorge solo quando il termometro o il gelo fanno danni troppo grandi per essere ignorati.
Chi fa volontariato lo sa bene: l'emergenza abitativa in Italia non è un problema di spazi che mancano. È un problema di scelte. Di edifici tenuti chiusi per calcolo, non per necessità. E ogni giorno di ritardo, ogni pratica bloccata in un cassetto, ogni convenzione mai firmata, si traduce in persone reali lasciate fuori — letteralmente — a pagare il conto dell'inerzia di chi dovrebbe governare questo Paese.
Le case ci sono. Restano chiuse lo stesso.
Facciamo parlare i numeri, perché qui non c'è bisogno di esagerare: la realtà, da sola, è già indecente.
In Italia risultano circa 1.700 stazioni ferroviarie "impresenziate", a cui si aggiungono circa 3.000 chilometri di linee dismesse. Una minima parte è stata recuperata grazie al lavoro di associazioni e Comuni — la prova vivente che il riuso si può fare, quando qualcuno decide di farlo davvero. Ma centinaia di questi edifici restano sbarrati, spesso con ancora dentro i vecchi alloggi dei capistazione: camere, cucina, bagno, tutto pronto. Murati. Non per mancanza di soldi: per non doversene occupare.
A Roma, gli enti previdenziali — INPS in testa — tengono nei propri bilanci un patrimonio abitativo che vale 7 miliardi di euro, più altri 15 miliardi affidati a fondi immobiliari privati. Solo l'INPS possiede nella Capitale circa 3.800 appartamenti, di cui quasi 500 sono vuoti; a livello nazionale, quasi un terzo delle abitazioni di proprietà dell'ente risulta libero. Vuoto. Fermo. Mentre le liste per una casa popolare si allungano di mese in mese e le famiglie sotto sfratto restano appese a una risposta che, come denunciano i sindacati degli inquilini, spesso non arriva mai in tempo.
Nel 2026 qualcosa si è finalmente mosso — un migliaio di immobili INPS messi a disposizione, fino a 850 per Roma. Bene. Ma diciamolo con la rabbia che merita: ci sono voluti decenni di segnalazioni, di occupazioni, di sfratti eseguiti sotto gli occhi dei vicini di casa, perché qualcuno si decidesse a smuovere un fascicolo. Questa non è amministrazione: è resa dei conti rimandata all'infinito, sulla pelle di chi non può permettersi di aspettare.
Il conto dei corpi
E qui arriviamo al punto che nessun bilancio, nessuna slide in Parlamento, racconta con la stessa brutalità dei fatti.
Nella sola Lombardia, dall'inizio del 2026, sono morte 51 persone senza dimora: per strada, nei parchi, negli ospedali dove sono arrivate troppo tardi. Di questi decessi, oltre un quarto è concentrato nei mesi estivi: 14 morti legate al caldo solo da giugno, secondo le prime rilevazioni. D'inverno la storia si ripete al contrario: 5 morti per ipotermia nella sola provincia di Milano nel 2026. Corpi che il freddo o il caldo estremo hanno finito di consumare mentre, a pochi isolati di distanza, decine di appartamenti restavano al buio, con le tapparelle abbassate e il contatore staccato.
A gennaio 2026 l'ISTAT, insieme alla Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora, ha contato 10.037 persone senza dimora in una sola notte nelle 14 città metropolitane italiane: quasi la metà dormiva letteralmente in strada, il resto ammassato in strutture di accoglienza già al limite della capienza. Lo stesso Istituto lo definisce un dato per difetto: chi vive in insediamenti informali, in edifici occupati, in ripari di fortuna non censiti, non è nemmeno in quel numero. Un'altra rilevazione, più ampia ma meno aggiornata, parlava di 96.197 persone senza fissa dimora su tutto il territorio nazionale.
Questi non sono numeri. Sono persone che, mentre da qualche parte si discute di agende politiche, di poltrone, di prossime campagne elettorali, muoiono di caldo o di gelo a un passo da case che potrebbero ospitarle. E la domanda, a questo punto, non è più "perché non si fa qualcosa": è come si fa a continuare a girarsi dall'altra parte.
Tre motivi. Nessuna scusa.
Perché tutto questo continua ad accadere, anno dopo anno, estate dopo inverno?
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Il calcolo prima delle persone. Per un ente proprietario, un appartamento vuoto resta comunque un valore sulla carta. Affittarlo a canone sociale, o cederlo stabilmente per l'emergenza abitativa, significherebbe rinunciare alla possibilità di rivenderlo a prezzo pieno domani. Un calcolo che questi soggetti, storicamente, sembrano ben poco disposti a mettere in discussione — anche quando fuori dalla porta qualcuno muore di freddo.
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Una burocrazia che uccide il tempo, e a volte le persone. Graduatorie infinite, convenzioni che restano ferme per mesi, pratiche che si perdono tra un ufficio e l'altro. Ogni settimana di ritardo amministrativo è una settimana in più passata all'addiaccio da qualcuno che, sulla carta, avrebbe già diritto a un tetto.
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Il silenzio complice sui dati. Non esiste, ancora oggi, un'anagrafe pubblica e aggiornata di quanti immobili di enti pubblici e previdenziali restano inutilizzati. Le cifre che riusciamo a raccontare arrivano da inchieste giornalistiche e da sindacati degli inquilini, non da un'istituzione che decida, una volta per tutte, di mettere questi numeri sotto gli occhi di tutti. Finché i dati restano nascosti, anche la responsabilità politica resta comoda: nessuno può essere chiamato a risponderne, perché nessuno ha davvero i numeri in mano.
Chi guarda, e chi volta lo sguardo
C'è un'immagine che chi fa volontariato porta addosso ogni giorno, e che la politica sembra non voler vedere: quella di un Paese che si scandalizza per un titolo di giornale e poi torna a occuparsi d'altro, mentre i suoi cittadini più fragili restano fuori, letteralmente, dalla porta. Un Paese in cui si trova sempre il modo, il tempo e i fondi per l'urgenza che fa notizia — e mai per quella silenziosa, che si consuma ogni notte sotto un portico.
OPERA ITALICA continuerà a fare il suo lavoro, offrendo sempre e comunque aiuto, sostegno e considerazione alle famiglie di italiani ignorati e dimenticati volutamente dalle istituzioni. Dare voce di chi non ha voce per farlo da solo, finché avere una "casa" tornerà a essere un diritto per ogni italiano meno fortunato degli altri e non un privilegio riservato a chi, quella casa, non ha nemmeno la necessità e il bisogno di cercarla. Tutto questo solo per far vivere almeno una vita dignitosa a ogni onesto italiano.
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